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ATLANTE DELLE EMOZIONI UMANE – 10 STATI D’ANIMO CHE ORA HANNO UN NOME

Iniziamo a parlare di un libro che attraverso storia, letteratura, musica, scienze e antropologia esplora le emozioni umane; alcune di queste nella nostra cultura e lingua non hanno un nome come invece accade in Paesi lontani.

Sto leggendo Atlante delle Emozioni Umane” di Tiffany Watt Smith (qui trovate il libro in italianoqui il testo in lingua originale) e in mezzo agli excursus sugli stati d’animo che tutti conosciamo e proviamo, arricchiti da riferimenti letterari, storici e antropologici, ci sono una quarantina di parole a noi sconosciute (alcune delle quali quasi impronunciabili) che però esprimono emozioni che abbiamo provato e alle quali non abbiamo saputo dare un nome. Si, perché magari in un Paese lontano e in una lingua che non parliamo quell’emozione è definita da un termine ben preciso.

L’argomento mi interessa molto e non voglio aspettare di finire le oltre 300 pagine con le 156 emozioni prese in esame per parlarvene, quindi ho deciso di iniziare con le prime dieci che hanno attirato più di altre la mia attenzione, provenienti da India, Giappone, Papua Nuova Guinea, Belgio, Inghilterra, isole sperdute nel Pacifico, Olanda, Thailandia, Corea.

Per ognuna ovviamente non mi sono limitata a raccontarvi quel che scrive l’autrice ma ho cercato le fonti che cita, ho approfondito, letto qua e là e in alcuni casi chiesto aiuto a chi conosce una delle lingue di cui si parla. Poi in fondo al post trovate una sezione dedicata ai riferimenti bibliografici con alcuni altri libri che vorrei leggere per approfondire.

Già qualche tempo fa ho scritto un lungo post che partiva dall’ormai conosciutissimo concetto di hygge per esplorare tutta una serie di parole che identificano filosofie di vita e di ricerca del benessere e della felicità provenienti da tutto il mondo. Continuo su quel filone dato che il post Non solo Hygge ha avuto un enorme successo ed è attualmente il più letto su StyleNotes.it.

Come vedrete, in molti casi è interessante riflettere sul valore sociologico dell’esistenza di questi termini in alcune culture e non in altre. Un concetto legato a un’emozione si sviluppa in una cultura e non in un’altra e questo è sintomatico della società a cui appartiene; forse le nostre emozioni più intime si formano anche dalle strutture politiche, economiche e sociali in cui viviamo?

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Cosa sono le emozioni?

A livello puramente biochimico le emozioni sono controllate dall’amigdala, una ghiandola del nostro cervello che valuta gli stimoli provenienti dal mondo esterno e decide se evitarli o accoglierli; a questo punto innesca una serie di reazioni come l’aumento del battito cardiaco, il rilascio di specifici ormoni, la contrazione degli arti, il movimento delle palpebre.

Ma ridurre le emozioni a un qualcosa di scientifico è come dire che un’opera d’arte è solo pittura su una tela e un romanzo di successo una serie di parole su delle pagine. Quindi sono si realtà biologiche ma non esclusivamente.

Nell’Ottocento Charles Darwin ha condotto una lunga ricerca sulle emozioni indagando, attraverso esploratori e missionari, il mondo in cui popolazioni indigene di vari luoghi esprimevano ad esempio il lutto. Nel 1872 ha pubblicato i risultati ottenuti in “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali“: in questo volume sosteneva che non poteva trattarsi solo di reazioni prefissate da uno stimolo ma il frutto di processi evolutivi ancora in corso.

L’idea che non fossero solo un fatto fisico legato al corpo e al cervello era comune anche a Freud ed grazie al suo lavoro se oggi pensiamo che le emozioni possano essere represse e accumularsi fino ad aver bisogno di uno sfogo. Pensate a paure o desideri dell’infanzia, quelle che restano nascoste nella mente per anni per poi riemergere sotto forma di sogno, di un’ossessione o di un sintomo fisico. Sempre da lui deriva l’idea delle emozioni inconsce, che talvolta spuntano involontariamente.

In breve quindi possiamo dire che sono reazioni fisiche legate all’evoluzione e che risentono dei processi interni e inconsci nella nostra mente.

Culture emotive

Le emozioni non hanno a che fare soltanto con la biologia o con la storia personale di ogni persona ma si intrecciano con le aspettative e con le idee della cultura in cui viviamo. Da questo possiamo concludere che se per alcune culture un particolare sentimento è tenuto in grande considerazione, per un’altra ha un valore differente. Poi emozioni che per un popolo sono fondamentali, in un’altra lingua non hanno neanche un termine corrispondente.

La cosa su cui riflettere è questa: se le persone hanno modi diversi di intendere ed elaborare le proprie emozioni significa che hanno anche maniere diverse di provarle? Come determinati valori legati alla cultura lasciano il segno nelle nostre esperienze private?

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10 emozioni che ora hanno un nome anche per noi

Abhiman

Di origine indiana, abhiman è impossibile da tradurre con una sola parola; significa “orgoglio di sé” o “dignità” ma andando più in profondità possiamo dire che ha a che fare con il dolore e la rabbia provati quanto una persona che amiamo ci fa del male, una persona dalla quale ci aspettiamo solo di essere trattati con gentilezza. In India questa dignità ferita è una reazione accettabile e spesso ostinata, considerata una parte inevitabile della vita emotiva.

A differenza di quanto scrive l’autrice, i miei amici indiani (uno del nord e una del sud del Paese) mi hanno spiegato che questo termine ha a che fare con il “self pride”, cioè “orgoglio”; tuttavia in un contesto differente può essere usato anche come “orgoglio” per una persona vicina, ad esempio per dire “mio figlio è il mio orgoglio, la mia forza”. Hanno aggiunto che quello che viene descritto nel libro come abhiman in realtà corrisponde a swabhimaan e significa “self respect”, cioè “avere rispetto per sé stessi”.

I due termini indiani possono essere facilmente confusi anche perché una persona difficilmente può avere rispetto per sé stessa se non è anche orgogliosa di ciò che è.

Amae

Si tratta del termine giapponese utilizzato per descrivere l’emozione che provoca in noi una temporanea resa, in totale sicurezza, ad esempio tra le braccia di una persona cara per essere rassicurati. In Giappone è riconosciuta come parte di ogni relazione umana e non la si prova solo in famiglia ma anche tra amici o colleghi.

Ci sono poi varie sfumature che vanno dal “comportarsi come un bambino viziato” al “contare sulla buona volontà e la gentilezza di qualcuno”. Ma a rendere pienamente giustizia a questo termine è forse l’idea di un’emozione che dà per scontato l’amore dell’altra persona.

Abbandonarsi all’amae è un po’ come tornare all’accudimento incondizionato dell’infanzia, è il simbolo della fiducia più profonda e unisce vulnerabilità e appartenenza.

Awumbuk

La tribù baining che vive sulle montagne della Papua Nuova Guinea ha dato questo nome al senso di vuoto che resta dopo la partenza di un ospite; nonostante un certo grado di sollievo che si può provare, resta addosso una sensazione ovattata.

Questo perché i baning credono che i visitatori si lascino dietro una coltre di pesantezza quando partono per poter viaggiare leggeri; questa permane per tre giorni e per questo motivo lasciano una ciotola piena di acqua in casa per una notte intera, perché assorba l’aria contaminata e la vita possa ritornare alla normalità.

Brabant

È il desiderio impellente di scoprire fino a che punto si può provocare qualcuno, un divertimento un po’ sadico a spese di un’altra persona che consiste nel pungolarla per vedere quando arriva il punto di rottura.

Questo termine belga è apparso per la prima volta nel 1983 nel libro The Deeper Meaning of Liff” di D. Adams e J. Lloyd.

Collywobbles

In inglese questo termine esprime il misto di angoscia e disagio che si forma alla bocca dello stomaco, soprattutto quando non riusciamo a prendere sonno mentre ci scorrono davanti agli occhi scadenze lavorative o discussioni avute durante il giorno.

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Fago

La popolazione di Ifalik, un piccolo atollo corallino nelle Isole Caroline del Pacifico, utilizza questo termine per un particolare concetto emozionale che unisce compassione, tristezza e amore. È la pietà provata per chi è in difficoltà e che ci spinge a occuparci di loro ma pervasa al contempo dalla sensazione che un giorno perderemo queste persone.

Proviamo il fago quando il nostro amore per gli altro e il loro bisogno di noi ci prende alla sprovvista e ci commuove ma ci fa essere anche ottimisti pensando che lo sforzo umano possa limitare il dolore degli altri.

Facendo una piccola ricerca ho scoperto che già nel 1982 l’antropologa americana Catherine Lutz ha parlato di fago in un articolo su “The American Ethnological Society“. Potete leggerlo e scaricarlo gratuitamente qui.

Gezelligheid

Molte delle lingue nord-europee hanno una parola per esprimere la sensazione di comodità e accoglienza. Ricordate quando vi ho parlato della danese hygge? È molto più complesso di così ma, per semplificare, in inglese è paragonabile a “cosy”.

Questo è il termine olandese che si usa per descrivere una sensazione fisica e uno stato emotivo che hanno a che fare con lo stare in compagnia (non si prova da soli), al caldo, in un posto confortevole sentendosi confortati da qualcuno.

Nello stesso ambito vi segnalo la parola tedesca gemütlichkeit legata alla cordialità e la finlandese kodikas all’essere accogliente. Nelle lingue del Mediterraneo invece è difficile trovare un termine che combini la vicinanza fisica e il conforto emotivo.

Glee

Glee è un termine inglese che deriva dalla lingua dei vichinghi. Fa riferimento a un sentimento positivo ma che non è del tutto innocente. Si dice “rubbing hands with glee”, cioè “sfregarsi le mani per la felicità” ma, come avrete capito, si tratta del piacere maligno di festeggiare la propria fortuna a scapito di altri.

Provate a pensare a un attore che a teatro compie questo gesto; è per far capire al pubblico, senza parlare, che il suo personaggio in apparenza innocente è in realtà il più colpevole di tutti.

Greng Jai

In Thailandia indica la riluttanza che si prova ad accettare l’offerta di aiuto da parte di qualcuno a causa del disagio che provocherebbe nei nostri confronti. Jai in lingua thai significa cuore/mente/spirito ed è utilizzata accanto ad altre parole per descrivere delle emozioni; greng significa “paura” o “essere spaventati da qualcosa”.

Han

L’emozione chiamata han è una parte profonda della cultura coreana, probabilmente legata al fatto che la Corea è stata a lungo una colonia; si tratta di accettazione collettiva della sofferenza unita a un desiderio intimo che le cose cambino e a una risoluta determinazione ad aspettare quel momento. Han significa quindi tristezza e speranza allo stesso tempo.

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Altri libri sulle emozioni umane

Leggendo Atlante delle Emozioni Umane” di Tiffany Watt Smith ho fatto ricerche sia nel catalogo delle biblioteche milanesi che in quelli di Hoepli o altre librerie, oltre che tra i riferimenti bibliografici forniti dall’autrice. Vi segnalo di seguito la selezione di libri e degli articoli che ho messo insieme e che vorrei leggere:

*Dove segnalo il titolo in inglese significa che non ho trovato una traduzione in italiano (probabilmente non esiste).


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Chi sono
Erica Ventura, fondatrice di StyleNotes.it, web writer, editor e blogger Amo il bello e provo a circondarmene in ogni aspetto della mia vita. Credo fermamente nell’utilità delle liste e che il mix vincente in ogni cosa sia composto da semplicità, equilibrio e un piccolo dettaglio a contrasto. La mia casa, il mio guardaroba e quel che metto nel piatto ne sono la conferma.

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